28/06/2017

Demografia: lo ius soli è la soluzione alle culle vuote?

La crisi della demografia, le culle vuote, è un problema drammatico dell’Italia di oggi, forse il problema.

Ogni anno una triste contabilità ci porta, infatti, a notificare un nuovo record negativo: 514000 nel 2013, 502000 nel 2014, 486000 nel 2015, 474000 nel 2016.

Demografia e ius soli

Il problema della demografia in profondo rosso è stato cinicamente richiamato anche a proposito della discussione sullo ius soli. Si è detto che la concessione della cittadinanza ai minori stranieri sarà una risposta al problema della denatalità. Non si è detto, però, che quel problema non è stato mai affrontato seriamente, approntando adeguate politiche per le famiglie o rimuovendo le cause sociali che lo alimentano.

Cinicamente, dicevamo, perché accostare le due problematiche significa dar ragione a chi dice che è in atto oggi in Italia una vera e propria sostituzione etnica, ossia via gli Italiani e dentro gli stranieri! Tanto più che, scorporando il dato complessivo, si scopre che dei nati del 2016 più di 69000 (pari al 14,7% del totale) hanno entrambi i genitori stranieri. Questo significa che il dato relativo ai nati da genitori italiani è appena superiore a 400000, ossia più di 100000 nati in meno rispetto a 8 anni prima.

Questa “crisi nera” della demografia avviene perché le donne italiane in età di riprodursi sono sempre meno numerose e perché hanno sempre meno propensione a mettere a mondo dei figli. Lo si vede da due dati che più di altri spiegano la forte contrazione degli ultimi anni: il forte calo dei matrimoni e il numero medio di figli per donna.

Nel periodo 2008-2016 si sono registrati circa 50000 matrimoni in meno (con una leggerissima ripresa nell’ultimo anno) e il tasso medio di figli per donna che scende da 1,46 a 1,34. Se poi scorporiamo il tasso medio di figli per donna italiane e straniera, scopriamo che per le italiane il dato è ancora più sconfortante: 1,27 nati per donna! Si pensi che l’indice che assicurerebbe il ricambio generazionale (ossia il mantenimento del livello demografico) è di due nati per donna!

Ora, quali sono le cause sociali di tipo congiunturale e strutturale che determinano questa situazione di crisi demografica?

A questa domanda occorre dare una risposta, perché la ripresa demografica dovrebbe iniziare innanzitutto dalle famiglie italiane incentivate da riforme adeguate che permettano loro di non pensare al figlio come ad un lusso.

Crisi della demografia: le cause socio-economiche e politiche

La diminuzione delle nascite è perdurante, in Italia, essendo iniziata a metà degli anni ’70, quando ancora nascevano fra i 900 mila e un milione di bambini, ma è significativo che rispetto al 2008 si registri nel 2016 un calo di circa 100 mila unità.

Il dato è, quindi, inequivocabilmente da mettere in relazione con la crisi economica, che ha messo a dura prova le famiglie italiane e che ha spinto circa 500000 giovani ad emigrare in Inghilterra, Francia, Germania etc. (anche di questo si parla poco!). La crisi non alimenta la speranza nel futuro e, tanto meno, la voglia di fare figli, perché non dà sicurezze né economiche né morali.

La disoccupazione giovanile oggi è superiore al 40%, percentuale che nel Sud si approssima al 60%. Pertanto, aumentano i giovani che rinviano la formazione di una famiglia e, conseguentemente, la maternità o paternità. L’età media in cui si diventa madri per la prima (e spesso unica) volta è 31,7 anni. L’età media in cui si diventa padri per la prima volta è 35,3 anni.

Tuttavia, non c’è solo il problema della precarietà o mancanza di un lavoro, a deprimere le nascite, ma anche quello della strutturazione del mondo del lavoro. Oggi in una famiglia è necessario che tutti e due lavorino, perché altrimenti non ci sono entrate sufficienti. Ma, una volta trovato il lavoro, questo difficilmente si concilia, per i suoi ritmi e le sue esigenze, con la funzione genitoriale. Il sovraccarico dei compiti domestici e di cura sulle donne è pesante. A loro, quasi in perfetta solitudine, sono rimesse la capacità e la scelta di conciliare maternità, cure familiari, lavoro domestico ed extradomestico. Pertanto, ci sono donne che rinunciano al lavoro per la maternità e donne che rinunciano alla maternità per il lavoro. Si aggiungono poi le difficoltà abitative, la carenza di servizi, il costo economico e sociale dei figli.

C’è, in generale, un clima sociale assolutamente sfavorevole alla maternità e alla paternità. Ciò è comprovato anche dalla diminuzione di numero medio di figli per le donne straniere in Italia.

Molte coppie sarebbero disposte ad avere un secondo o un terzo figlio, ma mancano le condizioni. Sussiste un’inveterata ed anacronistica tendenza a misconoscere la funzione sociale della famiglia. Le risorse destinate sono residuali. Gli interventi si concentrano sui bisogni individuali di bambini, anziani, donne, disoccupati. Le politiche familiari sono inconsistenti o, quantomeno, inefficaci.

C’è una resistenza ad infrangere un muro di silenzio, o forse un tabù, che persiste su questi argomenti attinenti alla promozione della vita. Chi, infatti, dovrebbe promuoverla con atti concreti, con provvedimenti mirati, o è o appartiene a quella stessa ideologia che ha promosso e promuove la lotta contro la vita (6 milioni di bambini soppressi da quanto l’aborto è legale!). Mi sento allora di condividere quanto ha osservato Robi Ronza nel suo blog il 19 giugno: «Prima che per ragioni politico-culturali questa gente è schierata contro la famiglia per così dire… per legittima difesa. L’affermazione del valore della stabilità dei rapporti, e il richiamo al dovere della fecondità e della responsabilità educativa, pone loro delle domande che più o meno consapevolmente avevano scelto di censurare. Occorre premere perché se le pongano, per il loro bene ma non solo».

Clemente Sparaco


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