01/03/2016

Demografia: e se i decessi fossero aumentati per via della crisi?

Si potrebbe pensare che la demografia, basandosi sui numeri, lasci poco spazio all’interpretazione e si limiti a fotografare lo stato della della situazione. Invece, i sempre più allarmanti dati annualmente diffusi dall’Istat – o da altri enti di statistica – costituiscono solamente il punto d’arrivo di un processo la cui origine è spesso nebulosa.

Per esempio, come mai nel 2015 è stato registrato un così alto numero di decessi? Proviamo ad analizzare assieme la situazione.

Gli indicatori di mortalità del 2015 hanno fatto segnare, secondo i dati diffusi dall’Istat il 19 febbraio 2016, un’impennata rispetto al 2014 e un record assoluto dal dopoguerra ad oggi. Il tasso di mortalità si attesta al 10,7 per 1000 rispetto al 9,8 del 2014: all’incirca 653000 decessi a fronte di 598000 del 2014. Ciò significa un aumento pari all’11,3 per cento. Un evento straordinario, lo ha definito il demografo Gian Carlo Blangiardo, che, per la sua gravità “richiama alla memoria l’aumento della mortalità nei Paesi dell’Est Europa nel passaggio dal comunismo all’economia di mercato”.

Qui di seguito un grafico rende conto dell’impennata della mortalità nel 2015.

morti_Italia_demografia_grafico

Quali sono le cause?

Analizzando gli andamenti mensili dei decessi, si è potuto certificare (si vedano gli studi pubblicati da Epidemiologia & Prevenzione, la rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia) che nei primi tre mesi dell’anno si è avuto un picco di mortalità correlabile all’epidemia influenzale particolarmente virulenta e, nel periodo estivo, un altro dovuto alla straordinaria ondata di caldo (specie nel mese di luglio). Alcuni studiosi hanno evidenziato cause meno congiunturali, legate alla composizione per età della popolazione, in particolare alla maggiore incidenza numerica dei soggetti anziani a rischio,a fronte di quanto avveniva appena qualche anno fa (si veda qui)

Resta tuttavia che, nei termini in cui si è verificato, il fenomeno presenta un lato oscuro ed un margine che sfugge alle spiegazioni dei demografi. Esso attiene al degrado della nostra sanità pubblica e ai tagli lineari che possono essere etichettati come il costo della crisi. Una crisi che si riversa sulle spalle fragili di malati ed anziani, costretti ad aspettare i tempi della burocrazia, a dover fare i conti con logiche di risparmio, che impongono degenze sempre più ridotte o, come si dice nel gergo manageriale, ottimizzate. La pietà deve fare i conti con il rapporto costo-beneficio e con i ritmi di un lavoro organizzato in modo da ridurre al minimo gli sprechi, i tempi morti.

L’Italia è un Paese di anziani – tale componente è in percentuale ed in termini assoluti sempre più numerosa. Ma è un Paese che non sa custodire i propri anziani, come la propria memoria. Essi finiscono per scontare la tristezza di una crisi che ci toglie la compassione insieme alla speranza. Un ordinario cinismo e, a volte, un’ordinaria crudeltà si consumano nelle corsie di ospedale o nelle sale di attese delle ASL. Alcune siti di aziende sanitarie pubblicano dati ufficiali. Ad esempio, dal sito della Regione Lazio si apprende che chi avesse prenotato una tomografia per verificare un eventuale tumore al cervello nel novembre 2015 dovrebbe attendere 315 giorni a Latina e 329 nel distretto II di Viterbo.

Ma queste non sono eccezioni, quanto piuttosto pratiche normali, consuete, abituali, che non sorprendono o indignano più di tanto. Il controllo della spesa sanitaria è ormai un dato acquisito, per altro giusto quando combatta gli sprechi effettivi, ma che può avere ricadute pesanti. “Il problemaha scritto Massimo Introvigne su La Nuova Bussola Quotidianaè anzitutto culturale. Di fronte ai tagli, si tende senza mai dirlo a concentrare quei pochi fondi che restano alla sanità e all’assistenza pubblica sui giovani, «scartando» gli anziani non più produttivi e i malati terminali”.

Fatalismo, rassegnazione e disincanto si sono stabilmente insediati nella nostra coscienza. La diffidenza ha preso il posto della confidenza e la chiusura nel proprio dell’impegno nel sociale. E’ forse per questo che non ci avvediamo che quello che sta accadendo è una sorta di eutanasia nascosta, secondo un’espressione usata da Papa Francesco (discorso ai giovani argentini durante la GMG di Rio, in Brasile, 25 luglio 2013).

Non ci si prende cura degli anziani e non ci si dà pena per loro. Accade così che i soggetti suscettibili: malati cronici, malati terminali, anziani soli, soggetti con ridotta capacità di difesa dell’organismo, poveri che scontano la congiuntura negativa con una peggiorata alimentazione, risultino i più esposti. Per non parlare poi dei decessi collegati ai anni ambientali (la terra dei fuochi).

Sono i danni collaterali della crisi che, come le bombe intelligenti, a volte, fanno morti fra la popolazione civile.

Clemente Sparaco

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