05/09/2026 di Salvatore Tropea

Danimarca, risarcimenti alle donne groenlandesi costrette alla spirale contraccettiva

La Danimarca risarcirà le donne groenlandesi sottoposte senza consenso alla spirale contraccettiva. Al vaglio anche l’ipotesi di genocidio.

La Danimarca risarcirà le donne groenlandesi a cui, tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta, fu imposto un dispositivo contraccettivo intrauterino (IUD) nell’ambito della cosiddetta Danish Coil Campaign. Lo ha stabilito il parlamento danese, che ha previsto un indennizzo fino a 40mila euro per ciascuna vittima. La norma arriva alla vigilia della pubblicazione dei rapporti di due commissioni di esperti, incaricate dal governo semi-autonomo della Groenlandia di accertare se Copenaghen si sia resa responsabile di violazioni dei diritti umani, fino all’ipotesi di genocidio. Fino al 1992, infatti, la Danimarca ha gestito direttamente il sistema sanitario groenlandese.

Una campagna per contenere le nascite

Più di 4.000 donne e ragazze groenlandesi, in gran parte di etnia inuit, si videro inserire una spirale contraccettiva durante la campagna promossa da Copenaghen a partire dagli anni Sessanta e proseguita anche dopo il 1992. L’obiettivo dichiarato era contenere la crescita della popolazione groenlandese e ridurre la pressione sui servizi sociali. Il risultato, dal punto di vista numerico, fu netto: tra il 1966 e il 1974 il tasso di fertilità in Groenlandia crollò da 7 figli per donna a una media di 2,3, valore rimasto pressoché stabile fino a oggi nella popolazione inuit. Molte delle ragazze coinvolte avevano tra i 12 e i 15 anni: venivano spesso prelevate dalle scuole o sottoposte alla procedura durante visite mediche di routine, spesso anche senza che i genitori ne fossero informati. Inoltre diverse donne hanno sofferto per anni di complicazioni, spesso senza conoscerne la causa e senza ricevere cure adeguate, e alcune sono state sottoposte a isterectomia, con l’asportazione dell’utero e la conseguente impossibilità di avere figli, mentre molte altre hanno raccontato di non essere state informate né di aver prestato il proprio consenso.

La battaglia legale delle vittime

A oltre cinquant’anni di distanza, un gruppo di quelle donne ha deciso di andare oltre la denuncia storica, presentando una richiesta collettiva di risarcimento pari a circa 43 milioni di corone danesi (5,7 milioni di euro), per quella che definiscono un'evidente e sistematica violazione dei loro diritti umani. L’azione legale era stata avviata già nell’ottobre 2023 da 67 donne, guidate da Naja Lyberth, psicologa groenlandese nata nel 1962 e attivista per i diritti delle donne. Fu proprio lei, nel 2017, la prima a denunciare pubblicamente di essere stata mandata in ospedale nel 1976, ancora adolescente, dopo una visita medica statale svolta a scuola, dove le venne impiantato un dispositivo intrauterino senza il suo consenso.

La vicenda è poi esplosa a livello pubblico nel 2022, quando l’emittente danese DR ha pubblicato un podcast in cinque puntate dal titolo Spiralkampagnen, spingendo i governi di Danimarca e Groenlandia a concordare un’ampia indagine congiunta. Nel settembre 2025 la prima ministra danese Mette Frederiksen si è formalmente e pubblicamente scusata con le vittime, durante una cerimonia svoltasi a Nuuk, e ora questa decisione segna un passaggio storico e lo sarà ancora di più soprattutto se sarà “accertato” il reato di genocidio, in quanto significherebbe riconoscere che aver portato alla conseguenza di migliaia – se non milioni – di bambini mai nati, mai neanche concepiti nonostante la volontà di migliaia di donne, significa aver negato anche solo l’ipotesi di vita a intere generazioni.

 

 

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