Contro le donne: politiche aziendali maschiliste, ma politicamente corrette

Politiche aziendali – costose – politicamente corrette di grandi imprese di fama internazionale, sono in realtà contro le donne, biecamente maschiliste: lo chiamano progresso, in realtà è lo specchio della decadenza

“Desideri un figlio ma preferisci aspettare a darlo alla luce per dedicarti alla carriera e al divertimento? Nessun problema, basta che congeli i tuoi ovuli!”. È questa la nuova politica adottata da Facebook e Apple, che sono pronte a elargire un ‘benefit’ di migliaia di dollari per consentire alle dipendenti più promettenti di congelare i loro ovuli in favore della carriera, posticipando la maternità. La nota azienda fondata da Mark Zuckerberg ha già cominciato la copertura della procedura (che, per il canone annuale di deposito, potrebbe arrivare a costare 10mila dollari o più), mentre Apple la inizierà a gennaio.

Questa notizia – oltre a costituire uno specchio fedele di una società oramai senza più alcun valore di riferimento, se non l’affermazione individualistica – suscita una riflessione sull’essere donna e sull’essere madre.

Oggigiorno la tendenza è quella di negare sempre più le differenze proprie della natura femminile e di quella maschile: il concetto che si vorrebbe far passare è che ‘siamo tutti uguali’. Tuttavia, questo modo di concepire l’umanità non corrisponde al vero, dal momento che – seppur siano assolutamente pari per dignità – uomini e donne sono profondamente diversi per quanto concerne la conformazione biologica, il dato neurologico e la struttura psicologica. Negare queste differenze comporta uno svilimento delle singole persone, e in particolar modo delle donne, che si vedono costrette ad adattare la propria natura su modelli maschili, negando così la propria predisposizione al dono di sé e all’accoglienza dell’altro.

La nota scrittrice Costanza Miriano, in un’intervista pubblicata nel settembre del 2014 su Donneuropa, ha giustamente affermato: “Le donne che vogliono gli stessi diritti degli uomini a mio parere mancano di fantasia e di immaginazione. Per noi vorrei più diritti, soprattutto quando siamo madri, non è un dogma che dobbiamo lavorare in ogni periodo della vita. La prima cosa da tutelare per me sono i figli e il nostro essere madri, la battaglia culturale che va fatta è quella per una reale conciliazione della vita lavorativa: il mondo delle lavoro è modellato sulle esigenze dei maschi, e questo è inaccettabile. Oggi ti viene consentito di fare figli ma poi gestirli, accudirli, curarli sono fatti tuoi, i figli non sono considerati un bene per tutti e quindi persone di cui la società deve farsi in parte carico. Per questo dico, se non ora quando? Le nostre battaglie dovrebbero essere per le madri. [...] Le donne per me sono madri sempre, è la loro essenza, la loro natura profonda, e quello che le fa felici, sia quando partoriscono figli in carne ed ossa sia quando riescono a realizzare una dimensione di accoglienza e di cura in ogni contesto in cui vivono e operano”.

 

Politiche come quelle portate avanti da Facebook e da Apple, oltre a sfidare l’orologio biologico che assegna a ogni periodo della vita il compito più adatto, sono quindi contro le donne stesse. Mascherandosi dietro al tanto decantato progresso scientifico, alla libertà di scelta (lo slogan “L’utero è mio e lo gestisco io” non passa mai di moda) e alla fantomatica parità tra i sessi, esse vanno a colpire l’intimità stessa dell’essere donna. E in questo modo infliggono un duro colpo anche alla società nel suo complesso, dal momento che la concezione secondo cui la maternità sarebbe una “sfortuna” ha condotto a un inverno demografico senza precedenti e, nella civile Europa, paga il caro scotto di un bambino ucciso ogni 11 secondi nel grembo materno.

Viviamo nella società del progresso, si dice: la scienza continua a progredire, le donne lavorano tanto quanto gli uomini se non di più, l’aborto e l’eutanasia sono pressoché un diritto acquisito... Ma per intanto l’unico dato certo è che i bambini sono sempre di meno e che l’età media della collettività è sempre più alta.

E forse, a uno sguardo sincero, non siamo neanche delle persone così tanto felici come vorrebbero farci credere.

Giulia Tanel

 

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