02/04/2021 di Manuela Antonacci

Blangiardo (Presidente Istat): «Dati allarmanti sul calo di nascite nel 2020»

Il quadro demografico presentato da Istat in questi ultimi giorni, è davvero preoccupante: nel 2020 si è registrato un nuovo minimo storico di nascite dall'unità d'Italia, e un massimo storico di decessi dal secondo dopoguerra. Addirittura un calo di 384mila persone, come se fosse sparita Firenze. Inoltre, nel 2020, risultavano iscritti all’anagrafe 404.104 bambini. Mentre i decessi sono aumentati del 17,6%: quasi 112 mila in più rispetto al 2019. Dati allarmanti che abbiamo commentato con il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo.

 

Parliamo di un quadro da dopoguerra o addirittura, potremmo dire, da guerra in atto. È d’accordo? Vogliamo commentarlo?

«Ovviamente non si tratta della guerra con le bombe, i carrarmati e gli aerei, però è comunque una situazione che segnala una grande difficoltà da parte del Paese e che si esprime attraverso l’effetto mortalità e sappiamo tutti perché e riguardo l’effetto natalità, perché noi parliamo di 404.000 nati ma in realtà nel 2020, il Covid, sulla natalità, ha agito solo per un dodicesimo. Nel senso che soltanto a dicembre c’è stato un effetto covid, perché soltanto a dicembre sono venuti alla nascita i bambini concepiti quando c’era il covid, cioè a marzo. Nel 2021 vedremo (a gennaio, marzo, aprile e così via) vedremo l’effetto dei mesi successivi, dove c’era effettivamente una situazione di paura e quindi presumibilmente anche il ’21 non sarà un anno di grande ripresa della natalità, anzi…ecco, tutto questo mette in evidenza due cose: che si è registrata una situazione catastrofica, drammatica, in un contesto già di per sé fragile».

In più c’è da dire che è diminuito drasticamente il numero dei matrimoni, a causa delle restrizioni legate al contagio, introdotte tra marzo e maggio (sospensione delle cerimonie civili e religiose e divieto di organizzare eventi) che hanno prodotto un calo di quasi l'81% rispetto allo stesso trimestre del 2019. La situazione non è migliorata nella fase di transizione dell’epidemia (giugno-settembre 2020). Allora Professore, è tutto nero lo scenario o ci sono nuove opportunità che si vanno presentando e che possono far sperare almeno in una stabilizzazione del fenomeno di decrescita demografica? Oppure, quali sono le misure, le politiche che il governo può mettere in atto per migliorare la situazione, dal punto di vista demografico?

«La dinamica dei matrimoni è nota a tutti: si sono dimezzati e il motivo è noto a tutti: i matrimoni religiosi non si potevano neanche celebrare per un periodo. Poi c’è stato un modesto tentativo di recupero nella fase estiva e poi con la seconda ondata siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo ha creato una pericolosa premessa perché dai matrimoni discendono le nascite, in un paese come l’Italia. E quindi la mancata nuzialità, la mancata formazione di nuove coppie, con il matrimonio, in qualche modo ha alterato quelli che potranno essere i programmi di riproduttività della popolazione. Cosa si potrebbe fare? I soggetti su cui agire sono noti: i giovani, le donne, territorialmente il Mezzogiorno. Ci sono categorie particolarmente in crisi. Gli interventi sono quelli su cui si batte da tempo: per le donne garantire la conciliazione famiglia-lavoro, la creazione di asili nido, la possibilità di poter accudire i bambini anche quando ci sono entrambi i genitori che lavorano. Sono tutte cose che sono ben risapute, c’è un discorso economico che, anche attraverso l’assegno unico, di cui si è discusso in questi giorni, dovrebbe dare una mano. Un assegno unico e universale è una bella risposta ai bisogni di chi ha necessità. Non è più soltanto l’aiuto dato ai poveri che vanno aiutati, senz’altro, ma non è un discorso di carattere democratico quello, è un discorso di welfare. Mentre qui è una misura di carattere generalizzato, una vera e propria misura di carattere demografico che mi sembra un buon segnale. Dovremmo andare avanti anche nei messaggi di carattere culturale: far passare l’idea che i figli, chiunque li faccia, sono la popolazione che garantisce continuità al paese, quindi che garantisce l’investimento nel capitale umano che è ciò che consente a tutti di avere un futuro. Cioè sono il futuro di questo paese. Quindi, chi contribuisce a fare figli fa un investimento, la collettività se ne deve fare anche carico di questo investimento, perché la collettività avrà un ritorno».

In una recente intervista Lei ha parlato di “effetto paura” che è tra le cause che influenzano questi dati. Cosa sarebbe?

«Nel senso che la diminuzione della natalità deriva da due elementi: uno dall’effetto paura ovvero, quando lo scorso marzo-aprile, è successo quel che è successo, chi aveva intenzione di fare un figlio, se ne è guardato bene. Ovviamente ci si chiedeva cosa sarebbe successo, quale sarebbe stato il futuro, che situazione si sarebbe creata. Ricordando ciò che era già accaduto nel 1986, quando ci fu la nube tossica di Cernobyl, nove mesi dopo, diminuirono il numero di nati, perché ci si era spaventati ovviamente. Lo stesso discorso è capitato qui. L’altro elemento è il disagio. Nel senso che, oltre la paura con cui forse ci stiamo abituando a convivere, il rischio è che si scateni una situazione di disagio, dal punto di vista ad esempio economico e occupazionale, cioè, non è più aver paura del che cosa succederà, ma diventa una domanda sul come si farà a tirare avanti, magari con la presenza di figli. Ecco, questo, indubbiamente, dal punto di vista economico può essere un problema che si aggiunge a quelli che abbiamo già detto, dunque il rischio è quello di incentivare ulteriormente il gioco al rinvio che a volte si trasformano in rinunce definitive».

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