09/10/2026 di Redazione

“Bimbi trans”, il libro-inchiesta che svela le bugie sulla triptorelina

La giornalista del Corriere della Sera Alessandra Arachi ricostruisce come il farmaco blocca-pubertà sia arrivato ai minori con disforia di genere. E che cosa non viene detto alle famiglie.

C'è chi, in nome della democrazia, si oppone alla castrazione chimica per gli stupratori come a una pratica barbara. Ma se lo stesso farmaco viene usato per bloccare la pubertà dei bambini, scrive Alessandra Arachi, quegli scudi si abbassano e la pratica diventa una sorta di terapia di benessere in nome dei diritti transgender. Parte da questo paradosso «Bimbi trans. Piccoli corpi, grandi bugie», il libro-inchiesta della giornalista del Corriere della Sera, uscito a settembre per Rubbettino nella collana «Problemi aperti». Al centro c'è la triptorelina, il farmaco usato per sospendere la pubertà nei minori con disforia di genere. Da anni, scrive Arachi, quella che lei stessa definisce senza giri di parole «castrazione dei bimbi» viene chiamata «sospensione temporanea della pubertà» e presentata come una cura.

Per scrivere il libro l'autrice si è addentrata per più di due anni in un «cunicolo buio»: l'universo dei bambini che si dicono trans. Il racconto è in prima persona e ripercorre anche la costruzione dell'inchiesta. All'inizio, confessa Arachi, immaginava un libro diverso, con documenti e testimonianze messi in fila e una posizione il più possibile neutrale. Poi si è trovata davanti a un mondo che le appariva assurdo, pieno di contraddizioni e di falsità, al punto da faticare a credere ai propri occhi e alle proprie orecchie.

La lettera dell'AIFA e lo studio olandese

Il passaggio più forte dell'inchiesta, anticipato dal Corriere della Sera, riguarda un documento preciso: il 10 aprile 2018 il direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco scrive al presidente del Comitato nazionale per la bioetica per chiedere un parere sull'eticità dell'uso della triptorelina negli adolescenti con disforia di genere. Lo scopo dichiarato è «prolungare la fase di diagnosi e confermare la stabilità della patologia». Arachi si sofferma proprio su quell'ultima parola, patologia, e ricorda che l'indicazione per l'uso del farmaco è rimasta da allora invariata. Del resto, osserva, si chiedeva di usare sui bambini un farmaco invasivo: «Non uno sciroppo per la tosse». A sostegno della richiesta, l'AIFA cita nella relazione di accompagnamento un noto studio olandese del 2011, firmato per primo da Annelou de Vries, una delle figure di riferimento del cosiddetto protocollo olandese. Secondo la ricostruzione di Arachi, però, lo studio viene citato solo in parte: si riporta che con i bloccanti il funzionamento psicologico dei ragazzi migliora, ma si omette che la disforia di genere, con la sospensione della pubertà, non cambia. «È una scelta casuale?», si chiede l'autrice. La domanda non è di poco conto. Se la persistenza della disforia è già nota, il farmaco non serve a verificarla, ma resta soltanto l'effetto di impedire lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari, con il rischio concreto di indirizzare i ragazzi verso la transizione già a dieci, undici, dodici anni. È un'ipotesi che la stessa Arachi giudica a prima vista un eccesso, tanto da decidere di leggere lo studio olandese per intero, «anche i punti e virgola», prima di trarre conclusioni.

Cosa viene detto ai genitori

Dopodiché l'inchiesta tocca il punto più delicato, quello del consenso e in particolare di quello dei genitori. Ospite della rubrica «Tg1 Libri» nell'edizione del 27 settembre scorso, Arachi ha spiegato che la grande maggioranza dei medici usa un farmaco «particolarmente invasivo». Ha aggiunto di poter dimostrare con i documenti che la spiegazione data ai genitori, cioè che il blocco della pubertà serve a dare tempo per esplorare la propria identità, non è esatta. La battaglia di Arachi, dunque, è una battaglia non solo per la salute dei bambini, ma anche per il diritto delle famiglie a sapere davvero che cosa accade ai loro figli. Il quadro normativo, del resto, è noto: con la determina del 2019 l'AIFA ha messo la triptorelina a carico del Servizio sanitario nazionale in casi selezionati. Servono una diagnosi confermata da un'équipe multidisciplinare e un'assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica che non sia risultata risolutiva. Nel dicembre 2024, inoltre, il Comitato nazionale per la bioetica è tornato sul tema raccomandando prudenza e l'intervento psicologico prima della prescrizione, mentre quindici membri hanno firmato una dichiarazione di voto in cui hanno scritto di ritenere eticamente non accettabile avviare i minori alla transizione di genere.

Ma non solo, perché il libro offre anche altri elementi di profonda riflessione sul problema, come il fatto che i centri pubblici per minori con disforia di genere sarebbero passati da otto a diciannove dal 2018 al 2026. Nel libro si legge inoltre che alcune professioniste avrebbero saltato il percorso psicologico previsto prima della prescrizione. La stessa autrice racconta di essere stata redarguita da una psicologa e da un'endocrinologa per aver osato chiamare «bambino» un bimbo di undici anni.

Un dibattito uscito dalla nicchia

Il libro ha già avuto un'eco ampia e trasversale. Oltre all'estratto sul Corriere e al servizio del Tg1, ne ha scritto quasi tutta la stampa nazionale. Non sono mancati gli attacchi, come quelli di alcuni esponenti della comunità trans che – soprattutto sui social – hanno accusato il Tg1 di aver dato spazio a un libro che, a loro dire, «attacca apertamente la comunità transgender» e di aver accostato i bloccanti alla castrazione chimica senza citarne l'uso anche nella pubertà precoce. I dettagli riportati nel libro, però, sono scientificamente ben fondati e non hanno l'obiettivo di mettere sotto accusa il farmaco in sé, semmai il suo impiego per fermare una pubertà che arriva nei tempi naturali, e soprattutto le informazioni parziali con cui questa scelta viene presentata alle famiglie. Come ha riportato Tempi, da quando ha iniziato la sua inchiesta Arachi è stata accusata di transfobia e omofobia, pur non avendo mai palesato alcun pregiudizio verso la comunità LGBT. Il dibattito, peraltro, sta ora arrivando proprio nelle sedi scientifiche. Il prossimo 15 ottobre, infatti, l'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna ospiterà il convegno «Disforia di genere nei minori. Evidenze scientifiche, scelte di cura e diritti», dove interverrà la stessa Arachi insieme a Marco Del Giudice, professore associato di Psicometria, e ad Assuntina Morresi, professoressa associata di Chimica fisica.

Perché è un libro prezioso

«Bimbi trans» è quindi un libro importante perché mette nero su bianco, documenti alla mano, ciò che troppo spesso viene taciuto: i danni ai quali vanno incontro i bambini a cui viene proposto l'approccio affermativo, e di conseguenza la strada del cambio di sesso, soprattutto quando questa viene presentata come se nulla fosse, come un semplice tempo di attesa senza conseguenze. È uno strumento prezioso per i genitori, per i medici e per chiunque abbia a cuore il diritto dei bambini a crescere senza essere trattati come cavie. C'è poi un elemento che rende questa denuncia ancora più significativa: arriva da una firma che non può certo essere descritta come conservatrice e che, anzi, si è sempre mossa su posizioni piuttosto progressiste. Dunque, che a sollevare questi interrogativi sia una giornalista come Alessandra Arachi conferma che la battaglia contro queste derive non è una questione di schieramenti, ma di trasversale tutela dei più piccoli. E ne rafforza ulteriormente le ragioni.

La stessa battaglia, tra l'altro, che Pro Vita & Famiglia porta avanti da anni con denunce, articoli di informazione, incontri, convegni, campagne e prese di posizione, come quelle sul caso dell'Ospedale Careggi di Firenze o come il tour in Italia della detransitioner Luka Hein nell'ottobre 2024. Oggi, grazie a un libro come quello di Alessandra Arachi, queste domande arrivano a un pubblico ancora più ampio. Ed è un bene, perché sul corpo e sul futuro dei bambini non si può più tacere.

 

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