Una sede associativa nel cuore di Roma accerchiata da circa duecento persone, alcune a volto coperto. Bottiglie, pietre e fumogeni lanciati contro l'ingresso e contro gli agenti di polizia schierati a difesa. Saracinesche divelte, vetrine sfondate con le spranghe, telecamere di sorveglianza abbattute. Sui muri scritte di morte e – apice della violenza – un ordigno lanciato all'interno, che solo per puro caso non è esploso. La vittima, lo si è capito, era Pro Vita & Famiglia: stiamo infatti parlando dell'assalto subito il 25 novembre 2023 durante la manifestazione contro la violenza sulle donne. Ora provate a sostituire il nome della vittima. Mettete al suo posto un sindacato, un partito progressista, un'associazione Lgbt. Avremmo assistito – giustamente, perché è sempre sacrosanto condannare qualsiasi tipo di violenza – a giorni di prime pagine, dirette televisive, manifestazioni di piazza, appelli all'unità democratica, interrogazioni parlamentari, visite di solidarietà delle massime cariche dello Stato e di tutti i partiti. Invece la sede assaltata era appunto quella di Pro Vita & Famiglia e così, quasi tre anni dopo, quella violenza rischia di essere archiviata per la seconda volta: prima dal silenzio della politica, oggi anche dalla giustizia.
Due pesi e due misure
Il paragone è inevitabile e fu la stessa premier Giorgia Meloni a evocarlo nei giorni successivi all'assalto, scrivendo: «Voglio interrogare tutti su una questione banale: la violenza va condannata sempre o solamente quando si rivolge a qualcuno di cui condividiamo le idee?». Ricordò poi come invece, nell'ottobre 2021, a seguito dell'attacco alla sede nazionale della Cgil, tutti avessero giustamente espresso solidarietà. Un'aggressione a una sede, chiunque sia la vittima, non è infatti mai tollerabile. Lo stesso vale per gli episodi che colpiscono il mondo Lgbt, come possono essere una panchina arcobaleno imbrattata, una bandiera strappata, una scritta offensiva sul muro di un circolo. Gesti che, quando purtroppo accadono, scatenano comunicati indignati, presìdi, prese di posizione di sindaci e segretari di partito, talvolta persino interrogazioni parlamentari e manifestazioni. Atti che vanno sempre e senza ambiguità condannati, lo diciamo con chiarezza, ma proprio per questo la domanda diventa ineludibile e spontanea: perché quella stessa indignazione si spegne di colpo quando a essere colpiti sono i pro life?
Allora, infatti, la solidarietà a Pro Vita & Famiglia arrivò solo dagli esponenti del centrodestra, con l'unica eccezione del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che condannò l'accaduto, ma al tempo stesso si preoccupò, forse in maniera polemica, che quell'episodio non andasse a sminuire la mobilitazione a favore delle donne. La Cgil si limitò a condannare «ogni forma di violenza» senza però nemmeno nominare l'associazione aggredita. Nel IX Municipio di Roma il centrosinistra arrivò addirittura a presentare una mozione che condannava non l'assalto, ma Pro Vita & Famiglia: praticamente le vittime messe sul banco degli imputati al posto degli aggressori. Il silenzio più assordante, però, fu e rimane, anche a distanza di quasi tre anni, quello di due figure che quel giorno erano presenti al corteo dal quale poi scaturì la violenza: la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Nonostante i ripetuti appelli dell'associazione, nessuno dei due ha mai trovato il tempo per una parola di condanna o di vicinanza.
La giustizia vuole archiviare tutto
Come se non bastasse, in questi giorni è arrivata la notizia più amara: la Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione del procedimento sull'assalto. Una richiesta, motivata con una sola pagina, che non menziona né l'ordigno, né l'istigazione, né le rivendicazioni successive. Eppure la stessa Digos aveva parlato di azioni delittuose premeditate, messe in atto per costringere gli agenti ad abbandonare la protezione della sede, e le forze dell'ordine misero a disposizione degli inquirenti varie immagini e video per riconoscere i responsabili. Nonostante questo, nessuno è stato mai identificato né interrogato, neanche i membri dei collettivi transfemministi, tra cui «Non Una Di Meno», che hanno rivendicato pubblicamente l'assalto sui social poche ore dopo averlo compiuto. Il confronto, anche qui, è impietoso. Nel caso della Cgil, i responsabili furono individuati e arrestati nel giro di pochi giorni e la giustizia fece il suo corso. Per l'assalto a Pro Vita & Famiglia, invece, a quasi tre anni di distanza, non c'è un solo responsabile e il rischio concreto è che tutto si chiuda con un nulla di fatto. Per questo l'associazione ha depositato l'atto di opposizione all'archiviazione, chiedendo al giudice per le indagini preliminari di disporre ulteriori indagini, e ha rivolto un appello al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi perché affronti seriamente il clima di intimidazione che grava su chi esprime pubblicamente posizioni pro life.
Siamo vittime di serie B?
A questo punto alcune domande sorgono spontanee. Perché certa politica, in particolare la sinistra e il mondo progressista, non si è indignata? Perché non ha mosso un dito per difenderci, per condannare, per prendere le distanze? E ancora: perché non è stato fatto tutto il necessario per accertare ogni dettaglio dell'accaduto, individuare e punire i responsabili? Perché, quando di mezzo ci sono i pro life, la vittima sembra diventare all'improvviso di serie B? Perché la loro incolumità, la loro sicurezza, la loro libertà d'espressione sembrano valere meno? La violenza non dovrebbe avere colore e una democrazia degna di questo nome non può permettersi di condannarla a giorni alterni, a seconda di chi la subisce. Al contrario, il messaggio che passa è devastante: contro chi difende la vita, la famiglia e la libertà educativa tutto è permesso. Pro Vita & Famiglia non accetterà mai questo doppio standard e continuerà a chiedere giustizia, nelle aule di tribunale come nel dibattito pubblico.