19/01/2016

Aborto - In Italia nuovo attacco all'obiezione di coscienza

Si torna a parlare di aborto. E ancora una volta nel mirino finisce l’obiezione di coscienza, diritto garantito dalla stessa legge 194.

Questa volta a sollevare la questione è stata la trasmissione televisiva “Presa diretta”, andata in onda su Rai3 domenica sera.

In un servizio, si è raccontato come sia difficile ottenere l’applicazione della legge 194 in tutta Italia a causa dell’obiezione e dei limiti imposti alle donne e ai pochi medici che praticano la cosiddetta interruzione di gravidanza.

Una versione dei fatti che sentiamo da tanto tempo. Peccato però che sia falsa.

Come spiega in una nota Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita Italiano, «i dati ufficiali del Governo hanno il pregio di dimostrare la pretestuosità degli attacchi ai medici obiettori di coscienza. Il Ministero della Salute conferma che non emergono criticità nella fornitura del “servizio”, riconducibili alla testimonianza a favore della vita dei medici obiettori».

«Continuano a diminuire i tempi di attesa fra rilascio della certificazione e intervento – prosegue Gigli – mentre il 90,8% delle IVG viene effettuato nella regione di residenza, anche perché ogni 75 strutture in cui si partorisce ve ne sono 5 in cui si fa l’aborto: un dato decisamente elevato, se si tiene conto che il numero di IVG è pari a circa il 20% del numero di nascite». Come si vede, purtroppo si macellano bambini in tutta facilità. Eppure ciò non basta ancora ai cultori della morte, che difendono l’omicidio dell’innocente con la scusa della libertà femminile o – addirittura – della pietà.

«I medici non obiettori non possono nemmeno lamentare di essere ghettizzati nel fare aborti – precisa Gigli –, effettuando in media 1,6 aborti a settimana, con un minimo di 0,5 per la Sardegna e un massimo di 4,7 IVG per il Molise. Impossibile dunque che il carico di “lavoro” legato alle IVG impegni tutta l’attività lavorativa di chi si è reso disponibile ad eseguire aborti».

Anzi, ormai ad essere discriminati sono proprio gli obiettori, tanto da venire esclusi in alcuni bandi di concorso. Oltre a subire continuamente gli attacchi dei media. La strategia è chiara: si colpisce quanti invocano l’obiezione di coscienza perché la loro presenza impedisce che si consideri l’aborto un diritto e anzi induce a riflettere su chi sia davvero quel bambino che viene ucciso. Ma arrivati a questo punto, se è proprio così problematico, si abbia il coraggio e la coerenza di proibire ogni forma di obiezione. Chi avrà l’ardire di cancellare un diritto di tal specie?

ecografia

Il “caso italiano” è finito persino sulle pagine del “New York Times”. A meritargli l’onore della cronaca, la storia di Benedetta (35 anni), di Ascoli Piceno. Ad Ascoli tutti i medici sono obiettori. Per cui l’applicazione della legge è demandata ad un privato, l’Aied, Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (imparentata con la International Planned Parenthood Federation).

Stando al quotidiano statunitense, la donna non avrebbe potuto abortire in ospedale a causa dell’obiezione di coscienza della totalità del personale. Indignata per la difficoltà incontrata nell’uccidere suo figlio, ha affermato di sentirsi come un contenitore, non un essere umano. Il bambino, insomma, non conta davvero nulla. Tanto più se malato. È trattato come un prodotto fallato, da eliminare.

Sarebbe bello se lo stesso “pathos da contenitore” fosse riservato all’abominevole pratica dell’utero in affitto. Quando una coppia di ricchi omosessuali compra un bambino (considerato ancora una volta un oggetto), non rende forse la donna che affitta il proprio ventre un mezzo, un’incubatrice umana e, quindi, un contenitore?

Redazione

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