16/11/2015

Aborto: ha migliorato davvero la vita delle donne?

“Quando un uomo ruba per mangiare, possiamo concludere che nella società c’è qualcosa di sbagliato – allo stesso modo, quando una donna distrugge la vita del suo bambino che ancora deve nascere [con l’ aborto], è evidente che o la società o le circostanze le hanno fatto un torto”. (Mattie Brinkerhoff, The Revolution, 4(9):138-9 September 2, 1869)

La liberalizzazione dell’aborto, iniziata in Europa e negli Stati Uniti tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, venne acclamata come la liberazione della donna dall’asservimento alla sua funzione riproduttrice, dal finalismo della sua identità biologica, dalla schiavitù della maternità.

Proseguiamo il ragionamento che avevamo incominciato qui.

L’aborto, “legale e sicuro”, venne paventato dai suoi sostenitori come un diritto umano fondamentale ed inviolabile, una pratica medica indispensabile per preservare, in molti casi, la salute fisica e mentale della donna che, per utilizzare la parole della morale esistenzialista, poteva finalmente appropriarsi del proprio destino.

Fu così che l’aborto divenne socialmente e moralmente accettabile e milioni di donne vennero indotte a credere che il più grande impedimento alla propria realizzazione sociale economica e professionale fosse quel “prodotto del concepimento” che cresceva dentro di loro. L’aborto legale venne esaltato come la soluzione per eliminare il mercato nero degli aborti clandestini, la pozione magica in grado di rimediare ad un “errore”, la via d’uscita nel caso si volesse cambiare idea e non portare avanti il fardello della gravidanza (pensiamo agli Stati Uniti, dove nel 1973 l’aborto venne legalizzato up to birth, ossia fino al giorno precedente la data prevista del parto).

aborto_utero-in-affitto_femminismoNessuno si era preoccupato, sulla spinta dell’euforia della sua legalizzazione, di indagare sugli effetti devastanti dal punto di vista emotivo, fisico e psicologico che l’interruzione volontaria della gravidanza, in moltissimi casi, avrebbe lasciato indelebilmente nella vita delle donne. Oggi giorno, a distanza di quasi mezzo secolo, dopo milioni vite interrotte e decenni di accesi dibattiti, c’è una domanda che merita una risposta sincera e diretta.

L’aborto ha veramente migliorato la vita delle donne? L’interruzione forzata di quel processo naturale che è la gravidanza, è veramente un progresso o, al contrario, è una sconfitta per il mondo femminile e per la società stessa? E ancora, la gravidanza, anche quella non programmata, è veramente un ostacolo alla realizzazione della donna? In ultima analisi, l’aborto ha aiutato le donne?

L’aborto può essere considerato l’ennesima forma di discriminazione nei confronti del mondo femminile. Negare infatti il dato biologico, ossia la capacità della donna di dare la vita ad un nuovo essere umano, significa sminuire e addirittura violare la forza creatrice della donna. Ciò non significa che questa debba essere relegata soltanto alla sua funzione riproduttiva; quello che il femminismo radicale ha fallito nel cogliere è che la grande forza della donna sta proprio nel donare la vita, il nemico da combattere non era – allora come oggi – la funzione biologica della donna, ma le cause che spingono una donna a scegliere l’aborto come unica soluzione possibile (la mancanza di risorse, di prospettive, di supporto, di fiducia in se stessa e nelle proprie capacità).

Se la donna deve essere costretta a fare una scelta tra gli studi o la carriera e la maternità, significa che la società manca di risposte nei confronti della donna, non che l’aborto sia l’unica soluzione accessibile e desiderabile. Se una donna deve sentire su di sé il peso della vergogna per una gravidanza non programmata, significa, ancora una volta, che la società non offre risposte concrete per aiutare una donna che si trovi in una situazione di drammaticità. In entrambi i casi, la gravidanza appare come l’ostacolo da dover eliminare. Dopotutto, l’ aborto è legale e alla portata di tutte noi.

L’ aborto è un fallimento per la donna soprattutto se consideriamo il rapporto tra i due sessi in ambito strettamente sessuale. Molte donne ricorrono all’interruzione di gravidanza su pressione del partner, soprattutto nel caso in cui la gravidanza sia il frutto di un rapporto occasionale l’aborto è percepito come la via d’uscita più semplice.

Molte donne riferiscono di aver utilizzato l’aborto come forma di contraccezione o di esservi ricorse dopo l’abbandono da parte del partner. Allo stesso modo, moltissime ragazze ancora minorenni ricorrono all’aborto per nascondere relazioni con uomini più grandi che non vogliono alcun tipo di responsabilità. Qualunque sia il motivo per il quale si scelga di abortire, è il corpo della donna che viene violato ed è la donna che deve poi fare i conti con i sentimenti di rimorso, dolore e disperazione che sopraggiungono nei giorni, mesi e anni a venire (abbiamo spesso parlato della sindrome post abortiva). Dopo l’iniziale sensazione di sollievo che accompagna l’interruzione di gravidanza, moltissime donne, anche quelle che vi si sono sottoposte senza mostrare alcun tipo di dubbio, manifestano reazioni riconducibili ad una sindrome da stress post traumatico che può generare anche pensieri di suicidio.

A queste donne la società del politicamente corretto impone di guardare avanti e proseguire la propria esistenza come se niente fosse. Le donne devono anzi essere grate di poter avere il diritto democratico ed inviolabile di interrompere la propria gravidanza, non importa quali siano le conseguenze dal punto di vista fisico e psicologico, non importa che dietro la propaganda dell’aborto come mezzo di liberazione della donna ci siano interessi economici  enormi, non importa che intere generazioni di donne siano cresciute con il falso mito della gravidanza come un ostacolo del quale potersi a discrezione sbarazzare.

L’acquisizione della “libertà di scelta” ha messo in luce come il femminismo invece di combattere per preservare i valori unici dell’universo femminile, l’abbia invece reso ancora più sottomesso, per certi versi, a quell’universo maschile dal quale si voleva il più possibile emancipare.

 Elisabetta Robinson

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