11/06/2019

Romeo perché sei tu Romea? Gli spettacoli “;gender blind”...

Tra le vittime che da un po’ di tempo sta mietendo la moda gender, c’è anche la drammaturgia shakespeariana. Ebbene sì perché è diventato sempre meno infrequente, in Inghilterra, da qualche tempo a questa parte, assistere a rappresentazioni teatrali, spesso tratte dalle opere di Shakespeare, in cui il sesso dei personaggi o dei protagonisti stessi venga modificato.

Ovvero accade spesso che personaggi maschili vengano interpretati da attrici e viceversa. La questione in realtà parte a monte, dal fenomeno dei casting “;gender blind” (alla lettera “ciechi di genere”) in cui cioè vengono scelti gli attori indipendentemente dal fatto che la loro identità sessuale coincida col sesso dei personaggi che sono chiamati ad interpretare. Ad esempio per due spettacoli inaugurali del Globe Theatre, nella stagione 2018, il nuovo direttore artistico Michelle Terry, ha usato questo tipo di “criterio”. Fortunatamente la cosa, che ci suscita non poche perplessità, non entusiasma e convince  totalmente le stesse produzioni che si interrogano proprio sull’impatto che questo tipo di recitazione, potremmo dire “;gender free” in un certo senso, possa avere a lungo andare, sul pubblico.

Ma innanzitutto viene da chiedersi come si possa pretendere di creare un mondo in cui il “;genere” dell’attore venga completamente ignorato a favore del “;genere” del personaggio, se la recitazione, per essere credibile deve avere come requisito minimo che almeno il sesso del personaggio che si interpreta coincida col sesso dell’attore, dato che, tra l’altro, proprio in base a questo criterio di base vengono realizzati i provini? Tranne alcune rare eccezioni che ci sono state nella storia del teatro e del cinema, in cui si è verificata un’efficace inversione dei ruoli nell’interpretazione dei personaggi (pensiamo a Judi Dench che ha interpretato con successo il monologo di Amleto allo Stratford upon Avon in occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla morte di Shakespeare), tuttavia, viene da pensare quanto, normalmente, siano fondamentali alcuni elementi legati anche al linguaggio extra verbale, nella recitazione, e che connotano fortemente i due sessi.

Pensiamo ad esempio al ruolo indispensabile che gioca la mimica facciale o le movenze o il timbro stesso della voce. Per fare un esempio, davvero ci si illude che nello scambio di ruoli, la profonda delusione amorosa che prova Ofelia, nei confronti di Amleto, in quanto crede che il suo amore non sia sincero e che si esprime nel monologo della scena I dell’Atto III  del celebre dramma shakesperiano, in un crescendo fatto di incredulità e struggente malinconia, possa essere interpretato in modo ugualmente efficace da un attore, con un timbro di voce tipicamente maschile e un’espressione del viso inevitabilmente determinata anche dai suoi lineamenti che, per quanto delicati, non saranno mai come quelli femminili?

E viene anche da chiedersi se ci si sia posto il problema del pubblico. Davvero si può pretendere che anche chi assiste a uno spettacolo con un’inversione dei ruoli sia completamente “;gender blind”? Tutto ciò sta suscitando, infatti, numerose perplessità e un dibattito che ha coinvolto anche Richard Eyre, un mostro sacro del teatro anglosassone, per anni direttore del National Theatre, il quale, in occasione dell’Hay Festival, si è detto esplicitamente contrario allo scambio di generi perché, tra l’altro, questo porterebbe anche a stravolgere la metrica dei drammi shakespeariani.

Infatti, sostituendo alcune parole o espressioni, ad esempio «Questo è il mio uomo» del testo originale, con «Questa è la mia donna», perché si sono invertiti i ruoli, si va a cambiare completamente la musicalità del verso, spesso in peggio, perché viene stravolta completamente la metrica e quindi si spezza anche l’incanto dell’armoniosità dei versi.

Insomma un dibattito aperto e probabilmente destinato a rimanere tale, dato che non si comprende come mai, opere che hanno raccolto il favore del pubblico per secoli, debbano improvvisamente essere stravolte, seguendo, più che canoni, una vera e propria ossessione ideologica, di cui non sentivamo certo la mancanza.

Manuela Antonacci

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