04/10/2019

Meluzzi su petizione contro eutanasia: «Ben venga per frenare danni irreparabili»

È partita in questi giorni la nuova petizione firmata da Pro Vita & Famiglia e da altre associazioni pro life italiane per chiedere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai presidenti di Senato e Camera di non legiferare per la legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia. Una petizione, quindi, per non continuare sulla strada tracciata dalla Corte Costituzionale con la sentenza emessa sul caso di Dj Fabo. Sulla questione Pro Vita & Famiglia ha intervistato il professore Alessandro Meluzzi, medico e psichiatra.

 

Professor Meluzzi, cosa ne pensa della petizione che vuole evitare il rischio di una legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia in Italia?

«L’eutanasia rappresenta un’apparente manifestazione di libertà, ma è in realtà la massima forma di sopraffazione dell’uomo sull’uomo ed è la negazione non soltanto di quella dimensione di libertà e mistero che è propria dell’umanità, ma anche il massimo della riduzione dell’essere umano ad una macchina che può essere rottamata, ad un meccanismo che può essere demolito a comando. Suicidio assistito ed eutanasia, quindi, rappresentano in concreto l’abbandono delle persone che sono diventate scomode. Dietro questa falsa idea di libertà, dunque, si annidano la solitudine e il rifiuto di chi è diventato fragile o è bisognoso di aiuto. Di fronte a questa idea, che non tiene conto della vera libertà delle persone, ci dovrebbe essere il concetto delle cure, soprattutto di quelle palliative che hanno dimostrato di poter scardinare l’idea che ci sono malattie, come tumori e cancro, dalle sofferenze insopportabili. Quello che si vuole fare è ben altro. Per questo ben venga questa petizione, altrimenti si lascia strada aperta alla deriva che può portare ad uccidere i depressi, lasciare morire chi è anoressico, chi è malato mentale, o chiunque stia male perché qualcuno reputa che queste vite non sono più qualitativamente accettabili. Ma chi è che si può arrogare questo diritto? Credo dunque che una petizione, così come una moratoria rivolta allo Stato, sia opportuna per fermare il rischio di danni irreparabili».

Nella petizione si auspica che il Parlamento non segua la linea di pensiero della Corte Costituzionale, anche se alcuni disegni di legge già presentati fanno credere che invece si possa andare proprio verso quella strada. C’è questo rischio?

«Assolutamente sì, c’è questo rischio perché questo modo di legiferare affidato ai magistrati, che è una negazione della democrazia, non consente di creare un clima di discussione e confronto. Mi auguro però che il Parlamento ritrovi la sua dignità, sia sui contenuti che sul metodo».

C’è il rischio, anche al di là della politica, di un piano inclinato che vada sempre più verso l’accettazione di suicidio assistito ed eutanasia?

«C’è un piano inclinato di natura antropologica, ma anche filosofica e giuridica. Questo crea quindi un marasma di natura etico e morale, dove non c’è distinzione e alla fine si perde il valore della sacralità della vita, che è stato per secoli una bussola della natura umana. Una bussola che si sta piano piano abbandonando per consegnarci al più crudele dei mondi».

Ci può essere, invece, la tentazione da parte dello Stato di ricorrere al fine vita per non ricorrere e non investire nelle cure?

«C’è questo rischio ed è legittimo pensare che ci sia. Non dimentichiamoci, infatti, di quando abbiamo sentito Christine Lagarde del Fondo Monetario Internazionale affermare che i costi della sanità pubblica per prendersi cura degli anziani erano troppo elevati da sostenere. Rischiamo dunque di creare una società imbarbarita, dove si scartano i più deboli, i più anziani, i più indifesi. Queste persone rischiano di essere messe da parte in nome di una razionalità che vorrebbe mettere insieme i grandi ideali di libertà con le pretese di risparmio e di razionalizzazione economica».

 

di Salvatore Tropea

 

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