07/05/2019

Infanticidio inaccettabile? Chiamiamolo “aborto post-natale”

L’artificio semantico dell’aborto post-natale è una di quelle aberrazioni logico-morali che periodicamente si riaffacciano nel dibattito pubblico. Nelle scorse settimane ne ha trattato la dottoressa Silvana De Mari su La Verità, con riferimento a una pratica che, senza troppi giri di parole, andrebbe definita infanticidio.

Se l’inquietante teoria ricevesse l’avallo della comunità scientifica, intere categorie di malati verrebbero eliminate, a partire dagli emofiliaci. Le nuove frontiere dell’eugenetica portano la firma di un nome ben noto tra le fila dei bardi della cultura della morte: il filosofo australiano Peter Singer, colui che ha portato alle estreme conseguenze l’evoluzionismo darwiniano.

Secondo Singer va ripensato il concetto stesso di persona: nascituri, neonati e disabili non sono da considerare persone, in quanto non hanno coscienza del loro sé. In certi casi la morte di una non-persona disabile potrebbe arrecare beneficio a una persona sana, pertanto, argomenta Singer, «se uccidere il bambino emofiliaco non ha effetti negativi sugli altri, sarebbe giusto, secondo la visione complessiva, ucciderlo».

Non essendo il concetto di infanticidio ancora digeribile per la stragrande maggioranza delle persone, i bioeticisti di scuola singeriana suggeriscono di equiparare la soppressione di un feto a quella di un bambino di pochi giorni o mesi. Secondo questa visione, l’aborto post-nascita (infanticidio) sarebbe «eticamente ammissibile in tutte le circostanze in cui si verificherebbe l’aborto», ad esempio quando «il neonato ha il potenziale per avere una vita (almeno) accettabile, ma il benessere della famiglia è a rischio», come scrissero alcuni anni fa i ricercatori Alberto Giubilini e Francesca Minerva, in un articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics, che fece parecchio discutere all’inizio del 2012.

Sulla stessa lunghezza d’onda, il biologo darwiniano Jerry Coyne, che però si attiene al termine “eutanasia”, da praticare su neonati affetti da gravi patologie, quali la microcefalia o la spina bifida. Secondo Coyne, «dopo tutto, i neonati non sono consapevoli della morte, non sono così senzienti come un bambino più grande o un adulto, e non hanno facoltà razionali di esprimere giudizi (e se c’è una grave disabilità mentale, non svilupperebbe mai tali facoltà)».

A monte, c’è lo stesso criterio logico, secondo cui i sopravvissuti all’aborto tardivo andrebbero lasciati morire, come ha stabilito, il Senato Usa, respingendo una proposta di legge repubblicana che, al contrario, rendeva obbligatorie le cure per questo tipo di neonati.

Siamo alle solite: si cerca di far passare per normale un concetto inaccettabile dall’opinione pubblica, attraverso uno slittamento semantico, una neolingua suadente, che propone termini più accomodanti: non infanticidio, dunque, ma aborto-post natale. Eppure, un tempo, anche la parola “aborto” era considerata universalmente inaccettabile…

Luca Marcolivio

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