13/06/2019

Il caso Barilla: tappe di un percorso di (in)sana rieducazione

Il caso Barilla è la storia emblematica degli effetti che un certo tipo di “rieducazione”, a suon di anatemi violenti e martellanti e azioni intimidatorie, produce. Vale la pena ripercorrere sinteticamente le tappe del passaggio dell’azienda che da specchio della classica famiglia italiana, sta cercando, a forza di iniziative sempre meno credibili, di diventare nell’immaginario collettivo simbolo di una società “progressista” e all’”avanguardia” (leggi gay friendly!). Cominciamo dall’inizio e da un inizio che sembrava coraggioso e aveva fatto ben sperare...

«Non faremo mai uno spot con una famiglia gay, la nostra è una famiglia tradizionale». Con queste parole, pronunciate 6 anni fa, durante il programma radiofonico La Zanzara, Guido Barilla, leader dell’omonima azienda, aveva espresso apertamente e, inizialmente con coraggio, la posizione della sua azienda in merito all’idea e al concetto di famiglia, rappresentata, peraltro, da sempre, nei suoi spot pubblicitari. «Se ai gay piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangino pure, se non gli piace quello che diciamo ne mangeranno un’altra. La mia non è mancanza di rispetto per gli omosessuali, che hanno il diritto di fare quello che vogliono nel rispetto degli altri. Ma non la penso come loro. La famiglia cui ci rivolgiamo noi è quella tradizionale, dove la donna ha un ruolo fondamentale: è il centro strutturale di una vita di questo organismo», aveva chiosato al termine dell’intervista con Cruciani e Parenzo.

Ma il cataclisma mediatico, fino al boicottaggio esplicito da parte delle associazioni gay friendly, dei prodotti Barilla, scoppiato in seguito a queste dichiarazioni, aveva fatto retrocedere dalle sue posizioni, e non di poco, lo stesso Guido Barilla che sul sito dell’azienda aveva riportato le sue pubbliche scuse col capo coperto di cenere. Scuse che sembravano volutamente e forzatamente non tener conto che in Italia esistono come minimo un 90 per cento di coppie fatte da un uomo e una donna che evidentemente si sentono rispecchiate da un certo tipo di pubblicità e di cui il marketing non può non tener conto.

Tuttavia il caso non si chiuse con il mea culpa di Guido Barilla, ma è rimasto aperto fino ai giorni nostri, assumendo, sempre più, la forma di una continua pubblica “riparazione”, a colpi di spottoni e trovate di marketing pro Lgbt che in alcuni casi sfiorano davvero il ridicolo.

Pensiamo agli “spaghetti saffici”, quelli che la Barilla ha presentato al Pasta World Championship nell’ambito di una gara culinaria svoltasi a Milano presso La Pelota lo scorso 25 ottobre, con nuove confezioni di pasta (Spaghetti Nº5) ritraenti due donne una di fronte all’altra con uno spaghetto che esce dalla bocca di una per finire nella bocca dell’altra. Ciò non deve stupire se si pensa che ormai l’azienda del Mulino Bianco si è rassegnata a far dirigere le proprie politiche aziendali da organizzazioni Lgbt come Catalyst, Glaad e The 30% Club e che il livello di “rieducazione” in salsa gender, è arrivato a un livello tale che, secondo il Corporate Equality Index, una sorta di graduatoria stilata dall’Human Right Campaign che individua le aziende più gay friendly nel mondo, Barilla è da anni addirittura ai primi posti.

Ma non finisce qui, perché le ultime prodezze ideologiche che hanno riguardato l’azienda sanno ormai di una presa di posizione chiara e decisa su certi argomenti. Al punto che Barilla, quest’anno, è ufficialmente diventata sponsor del Pride di Milano arrivando a invitare dipendenti, familiari e amici mettendo a disposizione un bus gratuito e creando dei gadget ad hoc.

E poiché risulta molto difficile credere che, dopo le affermazioni iniziali di Guido Barilla così chiare e decise, abbia repentinamente e sinceramente cambiato idea in modo tanto sostanziale, possiamo solo dedurre di essere di fronte al classico “voltafaccia” dettato da meri interessi economici, di quelli che, senza nemmeno il pudore dettato dalla paura di perdere la faccia, portano a sotterrare qualunque principio, persino quelli sui quali si era costruiti l’immagine della propria azienda fino a quel momento.

Manuela Antonacci

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