10/05/2019

Eventi collaterali della Biennale? Il gender

L’onnipresenza dell’«inesistente» gender poteva forse risparmiare la Biennale Arte 2019 di Venezia? Ovviamente no. E infatti, nei giorni scorsi – precisamente il 5 maggio – su Twitter il profilo ufficiale della manifestazione ha pensato bene di promuovere degli «eventi collaterali» all’esposizione internazionale d’arte fra cui una mostra avente come soggetto promotore il Taipei Fine Arts Museum of Taiwan, che si tiene a Palazzo delle Prigioni. Fin qui tutto normale, apparentemente.

Sì, perché sia nel tweet in questione sia, evidentemente, nella mostra di Palazzo delle Prigioni si compare un’opera, per così dire, quanto meno discutibile, ossia la foto di una dozzina di uomini tutti rigorosamente scalzi, in gonna fucsia scuro e camicetta rosa. Ora, rispetto alle provocazioni cui ci ha da tempo abituato un certo filone artistico è chiaro come tutto ciò, in fondo, sia poca cosa; nulla, cioè, che alimenti gran scandalo.

Il punto grave, qui, è invece un altro, e cioè la triste conferma – di cui Biennale Arte 2019 è  testimonianza – del fatto che ormai nulla, in Italia e non solo, possa essere organizzato, allestito o promosso senza una spruzzatina di gender e di confusione di identità sessuali. Proprio nulla. Ci dev’essere sempre, in ogni manifestazione, di qua o di là, un maschio vestito da femmina – o almeno truccato – o, viceversa, una femmina in pose e atteggiamenti maschili. Il top, si osserva ironicamente, rimane ovviamente la presenza di un soggetto unisex, di cui sia cioè impossibile stabilire l’identità sessuale originale; ma l’importante è comunque l’assenza di solo uomini e donne.

Sembra impossibile a dirsi, ma è proprio così: ormai non c’è manifestazione canora, artistica o letteraria priva, appunto, di una patina gender. Non parliamo, poi, del cinema, delle serie tv e ormai perfino dei cartoni animati, che stanno sempre più diventando banchi di prova – specie in questi anni – per testare personaggi dall’identità fluida o, quanto meno, non così chiara.

Anche senza voler essere necessariamente prevenuti o, peggio ancora, complottisti, tutto ciò fa sorgere quanto meno una domanda: come mai? Quale è il motivo per cui qualcosa di arcobaleno deve sempre e comunque esserci in ogni situazione, mentre l’abbinamento del rosa con il mondo femminile o dell’azzurro con quello maschile viene evitato come la peste? Vale la pena chiederselo, tanto più che una qualche base biologica tra i sessi e le preferenze cromatiche sembra esserci.

Lo suggeriscono, alludendo a meccanismi neurofisiologici, Marco Scicchitano e Tonino Cantelmi nel loro Educare al femminile e al maschile (San Paolo, 2013), e lo evidenziano alcuni ricercatori della Newcastle University i quali, sottoponendo alcuni giovani donne e uomini a uno specifico esame, hanno non solo trovato differenze nelle preferenze dei colori – segnatamente, una spiccata preferenza femminile per il rosa – ma le hanno rilevate come ben superiori alle loro stesse aspettative arrivando, nel loro studio pubblicato su Current Biology, a ipotizzarne un’origine biologica. Anche da studi più recenti è emerso come non siano fattori esterni a determinare le differenze fra i sessi nelle preferenze dei colori, riscontrate anche in contesti separati da un marcato grado di industrializzazione. Meglio insomma avvertire gli amici della Biennale, i quali, presi dalla loro promozione degli “;eventi collaterali” si sono forse dimenticati di qualcos’altro di davvero collaterale: gli effetti.

Giuliano Guzzo

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