12/01/2020

“Cambio” sesso, la voce di chi si pente

Avevamo già presentato, in un nostro articolo, la testimonianza di Walter Heyer. Dopo essersi sottoposto ai trattamenti per il “cambio” del sesso, perché, secondo i medici, quello sarebbe stato «l’unico modo per trovare la pace», Walter è precipitato in un vortice di depressione e ansia, causato da traumi infantili. La guarigione dalla depressione ha fatto riemergere in lui la consapevolezza della propria mascolinità e così decise di ritornare, grazie alla chirurgia, ad una vita da maschio, pur soffrendo, perché la prima transizione gli aveva reso impossibile l’avere dei figli.

È stato lui a raccontare la storia del giovane Nathaniel, di cui avevamo parlato in un altro articolo, che, dopo la stessa tragica esperienza delle cure ormonali e dell’intervento per assomigliare ad una donna, si dice, ora, profondamente pentito di aver subito un «lavoro di taglia e cuci alla Frankenstein», che lo ha reso «profondamente depresso».

A Walter si sono rivolte anche altre due persone, di cui ci parla in un articolo su The Daily Signal. La prima di esse, Abel, è un uomo che a 19 anni ha iniziato il percorso per assumere le sembianze femminili. Ora, a 22 anni, dichiara: «Sono molto più maturo rispetto a quando avevo 18 anni».

Era devastato da un’adolescenza vissuta soffrendo per l’assenza di una figura paterna, troppo impegnata con il lavoro, sperava di poter raggiungere il centro dell’attenzione “diventando” femmina. E invece di ricevere l’aiuto psicologico necessario a guarire dalla sua sofferenza, puramente psicologica, i medici gli diedero libero accesso a terapie ormonali e chirurgia. «Sarei solo un uomo con un corpo mutilato da presentare come una donna», diceva.

Walter racconta anche la storia di Sidney Wright, che gli scrisse raccontando la sua esperienza della transizione: «Sono passato da femmina a maschio non appena ho compiuto 19 anni... è stato il più grande rimpianto della mia vita. È folle per me che la nostra società stia lasciando che questo accada ai giovani».

La donna si era infatti rivolta ai medici per ottenere la prescrizione di testosterone e questi le avevano detto di guardare direttamente su internet un qualunque video su come iniettarsi una dose. E questo significherebbe curare? Trattare sul piano fisico una sofferenza di natura psichica?

Ci vuole più rispetto per chi soffre e una cura degna d’essere chiamata tale. Il numero di coloro che si pentono della transizione faccia riflettere sulla presunta “bontà” di questo trattamento.

 

di Luca Scalise

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Info